domenica 4 ottobre 2026

I vitigni autoctoni - L'Azienda Agricola Ceotto di Susegana e la qualità di Col Fondo Agricolo



“ Il vitigno autoctono è una particolare varietà di vite utilizzata per la produzione di vino, coltivato e diffuso nella stessa zona storica di origine del vitigno stesso, trattasi quindi di un vitigno non trapiantato da altre aree.”

Nota era la predilezione di Luigi Veronelli per questi vitigni.

Ogni vitigno autoctono presenta una sua caratteristica e distintiva forma e colore del grappolo, del chicco e delle foglie e conferisce al vino, da esso ottenuto, alcune caratteristiche organolettiche ben precise e tipiche.

La coltivazione e la difesa dei vitigni autoctoni, ed anche la riscoperta di vitigni quasi scomparsi dal panorama agricolo, viene intrapresa nell'ambito dello sviluppo dell'industria enologica verso la creazione di prodotti di qualità, a denominazione locale, in grado di contenere l'importazione di vini provenienti da altre regioni o aree del mondo ed anche a contrastare, se possibile, la commercializzazione dei vini a basso costo e privi di specifiche proprietà organolettiche.

In Italia sono circa 350 i vitigni autoctoni registrati ufficialmente, e tutte le principali regioni agricole italiane con produzione vinicola hanno un elenco di vitigni autoctoni locali.

Molti vitigni autoctoni italiani con una presenza significativa sul mercato mantengono la coincidenza tra nome del vitigno e nome del vino — tra i quali Nero d’Avola, Primitivo, Aglianico, Fiano, Greco, Verdicchio, Vermentino, Friulano, Cannonau, Montepulciano, Sangiovese, Lambrusco, Sagrantino, Raboso, Ribolla Gialla, Picolit, Trebbiano, Teroldego, Nebbiolo, Barbera, Dolcetto, Refosco dal Peduncolo Rosso, Corvina, Lagrein, Albana, Grechetto, Negroamaro, Gaglioppo, Zibibbo e altri ancora. Non essendo associati in modo univoco a una denominazione geografica protetta, tali nomi identificano esclusivamente la varietà botanica: di conseguenza, questi vitigni possono essere coltivati, vinificati e commercializzati con la stessa denominazione in qualunque parte del mondo, senza garantire un’esclusiva territoriale legata alla loro area di origine.

Nella maggior parte dei casi, la notorietà di questi nomi deriva principalmente dai vini che li utilizzano, i quali beneficiano dell’apporto congiunto di fattori quali il territorio, le pratiche agronomiche, le tecniche enologiche, la reputazione delle denominazioni di origine, la storia produttiva locale e le strategie di mercato adottate nei singoli distretti vitivinicoli.

Accanto alla riscoperta dei vitigni autoctoni, si è quindi sviluppato un filone di riflessione sulla distinzione tra nome varietale, nome del vino e relativa denominazione geografica, in particolare nei casi in cui la tutela commerciale e territoriale del nome del vino è stata affrontata attraverso interventi di ridenominazione del vitigno.

Il caso del Prosecco, in cui il vitigno autoctono è stato ufficialmente denominato Glera per consentire una reale protezione territoriale del marchio Prosecco DOC/DOCG, è considerato uno degli esempi più significativi di tale approccio. Fino al 2009 il vitigno era comunemente indicato anche con il nome Prosecco, poiché tale termine figurava come sinonimo ammesso nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite ed era di uso diffuso per l’immediatezza con cui richiamava il vino omonimo. Con l’istituzione delle denominazioni Prosecco DOCG (Conegliano-Valdobbiadene e Asolo) e della nuova Prosecco DOC, e al fine di distinguere in modo univoco il nome del vitigno da quello del vino a denominazione di origine, nel 2009 è stato stabilito che la varietà fosse identificata solo con il nome Glera, sinonimo già presente nel Catalogo Nazionale delle Varietà di Vite dal 1970. L’intervento ha eliminato la possibilità di vendere vini denominati “Prosecco” sulla sola base della varietà utilizzata, riservando tale nome esclusivamente ai vini prodotti nei territori riconosciuti dalle rispettive denominazioni d’origine e realizzati secondo i relativi disciplinari. In base alle norme delle denominazioni, il Prosecco può essere commercializzato unicamente imbottigliato, mentre il vino ottenuto dal vitigno Glera al di fuori dei disciplinari, incluso quello venduto sfuso, è venduto con il nome del vitigno e non con quello della denominazione.

Alla luce di tali dinamiche, nei casi in cui il nome del vitigno autoctono abbia acquisito ampia notorietà internazionale grazie al territorio di origine, la tutela e la valorizzazione del relativo vino possono richiedere una separazione più netta tra la varietà botanica e la denominazione geografica protetta. Secondo questa linea di pensiero, che riprende ed estende l’esperienza normativa appena citata, la sostituzione del nome del vitigno con una denominazione alternativa, talvolta di carattere scientifico o ricondotta a nomenclature internazionali, consentirebbe di riservare il nome tradizionale al vino del territorio, assoggettato a un disciplinare di produzione (DOC, DOCG o IGP). Questo approccio, volto a evitare che la notorietà del vino venga utilizzata al di fuori dell’area storica di produzione tramite l’impiego del solo nome del vitigno, viene talvolta indicato come uno strumento idoneo a preservare il legame territoriale, la reputazione e il valore economico dei vini autoctoni più riconosciuti.

Fra i vignaioli FIVI , Borghi d’Europa ha spesso incontrato l’Azienda Agricola Ceotto di Colfosco di Susegana (TV).

Dal Castello di San Salvatore è un lento degradare di colline verso il Piave, quelle verdi colline dove le case sono dipinte di giallo con due fasce orizzontali rosse e lo stemma dei collalto.

Pietro Ceotto alla fine degli anni sessanta realizza il sogno di affrancarsi dalla mezzadria. La terra a ridosso della casa dove hanno dimorato generazioni della sua famiglia diventa finalmente sua. Ma per Pietro questo è il punto di partenza per rincorrere un altro sogno.

Accanto alla stalla Pietro realizza una cantina, costruendo con le sue mani le botti per il vino, erano gli anni in cui tutto si faceva in casa. Trasmette la passione al figlio Paolo che alla fine degli anni novanta conferisce all’azienda una forte impronta viticolo-enologica.



Mauro Ceotto segue da subito le orme di papà Paolo, si diploma all’Istituto per l’Agricoltura di Conegliano e nel 2005 si laurea in Scienze e Tecnologie Agrarie nell’Università di Udine, prosegue l’attività assieme al padre seguendo le fasi di trasformazione e confezionamento dei vini.




Il fratello Dario si dedica alla cura dei vigneti mentre Renata, moglie di Paolo, è addetta alla vendita al dettaglio di vino sfuso ed in bottiglia nello spaccio aziendale. Un esempio perfetto di azienda a conduzione familiare.

Attualmente l’azienda si estende su una superficie di 10 ettari, interamente a vigneto, raggruppati in un corpo unico attorno al centro aziendale. Ceotto Vini si trova nel cuore di tre aree a denominazione: Conegliano-Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, Colli di Conegliano DOCG e DOC .

I giornalisti di Borghi d’Europa hanno voluto dedicare al vino Prime Note di casa Ceotto,tutta

l’attenzione che merita un progetto speciale.

ColFondo Agricolo è la massima espressione qualitativa della Glera rifermentata in bottiglia, senza sboccatura. Uve selezionate, colori torbidi e tappi a corona: elementi che si fondono, in una combinazione sempre diversa, per dare vita a vini dalla forte personalità, complessi, longevi. Naturalmente artigianali, con un tocco rock.

Vini fatti a mano

Quando produciamo i nostri vini ci sentiamo quasi dei sarti. La trama è fatta di terra, viti e uve, e a noi non resta che andare a tagliare e cucire, per dare vita alla nostra creazione: unica, personale, irripetibile. Un vino lento, rispettoso del tempo e dei tempi, che ha bisogno di pazienza per nascere e di pazienza per essere consumato. Non una bevanda, ma la sublimazione di una vita, quella del vignaiolo. È la bottiglia che non manca mai in tavola e che racconta senza filtri esperienza e fatica, onestà e sudore, freschezza e semplicità.

Ogni annata è differente

Abbiamo scelto di differenziare ogni annata con una fascetta di un colore diverso. Questo perché crediamo nell’evoluzione del vino, anno dopo anno. ColFondo Agricolo unisce vini che si assomigliano per fragranza aromatica, note evolutive, bevibilità, piacevolezza e una bolla sottile. Ma fondamentalmente rimangono bottiglie molto personali che, oltre a differenziarsi nell’annata, si distinguono nei terreni e nelle interpretazioni dei singoli produttori. La loro forza è essere identitari, e mai omologati o banali.

Perché scegliamo il tappo a corona

Affidabile, pratico, espressivo. Noi di ColFondo Agricolo siamo tutti d’accordo che la chiusura perfetta per questa tipologia di vino sia il tappo corona e questo è diventato un punto fondamentale del nostro disciplinare. Una scelta tecnica: nel tempo abbiamo capito che questa soluzione permette di mantenere vivi la fragranza, i profumi e i sentori di questi vini e che ci permette di continuare la tradizione che storicamente lega il tappo a corona ai rifermentati in bottiglia.

Lunga vita al ColFondo Agricolo

Da disciplinare i vini ColFondo Agricolo devono essere imbottigliati tra marzo e giugno dell’anno successivo alla vendemmia, mentre l’uscita nel mercato deve iniziare obbligatoriamente l’anno successivo all’imbottigliamento. Una scelta che vuole trasmettere e dare valore alla longevità di questo vino che, normalmente, attende solo un paio di mesi dall’imbottigliamento per la vendita. Lasciato riposare in bottiglia, rivela grandi sorprese.

Una qualità certificata

L’assoluta serietà del progetto è per noi un valore fondante. Per questo l’ingresso delle aziende nel progetto Colfondo Agricolo è deciso da una commissione di degustazione esterna, presieduta da Giampaolo Giacobbo, collaboratore della guida Slow Wine e docente al Master Wine and Communication presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

A inizio 2020 è stato istituito un gruppo di lavoro formato da enologi, sommelier, enotecari e winelovers esperti in questa tipologia di vino. Il gruppo ha il compito di valutare – rigorosamente alla cieca – la qualità dei Colfondo delle aziende aderenti e le potenzialità di invecchiamento delle vecchie annate, considerando tipicità e micro-terroir espressi dalle aziende.

Ogni anno la commissione si riunisce, tra novembre e dicembre, per valutare i ColFondo Agricolo prima della loro commercializzazione e le nuove aziende candidate al progetto. Ad insindacabile giudizio della commissione, le aziende che ricevono un giudizio negativo sono escluse dall’utilizzo del marchio ColFondo Agricolo.